E' passato un mese. Il decimo mese. Ho "sforato" ormai di troppi giorni, perciò ecco il temuto annuncio: domani il blog chiude. Mi piange un po' il cuore, ma del resto non avrebbe molto senso continuare a scrivere qui delle mie paturnie o di non so cosa...no, novemesiinslovacchia deve restare così, a celebrare il ricordo di un periodo "magico" ormai concluso. Collegatevi domani per il gran finale e poi... chi vivrà vedrà! :-)
A domani!
Ed ora qualche altra immagine dal seminario a Sirava:




Non mi sembra neanche vero di essere a casa già da una settimana…
Sono in piena fase di “riassestamento”, quella in cui ancora mi sento un po’ un’aliena in questo posto dove ho vissuto tutta la mia vita, tranne gli ultimi nove mesi…
Sono depressa. Devo decidere cosa fare del mio futuro e non mi sembra di aver fatto molti passi avanti, rispetto al periodo prima della mia “fuga”. Studiare, lavorare? E dove?
Duro da ammettere, ma Humenné mi manca… era un po’ come un posto ovattato e sicuro, dove vivere giorno per giorno, senza preoccuparsi troppo del futuro… Avere già il volo prenotato per la partenza rende tutto diverso. È una certezza. Ti rassicura sul fatto che presto riavrai la tua famiglia, i tuoi amici, i tuoi spaghetti col parmigiano, ecc. e tutto diventa più facile e sopportabile.
Oddio, cosa mi sta succedendo?!!! Forse è davvero ancora presto, devo metabolizzare ancora un po’ il tutto…
Intanto vi do questa notizia: il blog chiude. Ci scriverò ancora qualche articolo, ma poi basta.
Magari ne aprirò un altro, ma non ne sono sicura… forse la mia “blogmania” è passata…
Vi farò sapere.
È successo di nuovo. Come mi era capitato in Spagna. Cracovia mi ha incantata.
Camminavo per le sue vie ed ero felice. Una felicità più pacata e intima rispetto a quella di Barcellona, una specie di pace interiore, un senso di assoluta serenità. L’ho sentita arrivando con il treno all’alba, vagando in cerca della via per l’ostello (di proposito senza guardare la mappa), esplorando nella quiete del primo mattino il quartiere ebraico, fermandomi a fotografare le sinagoghe, entrando nel silenzio di una chiesa vuota…
Un primo giro mattiniero per prendere confidenza con la città, che mi ha portato in seguito alla vivacità del centro, con i turisti in carrozza e i venditori di ciambelle agli angoli delle strade, con il grande mercato in cui le bancarelle di souvenir brillavano d’ambra e d’argento, artigiani lavoravano il legno, piccole forme di formaggio si doravano sulla griglia e signore in abiti tradizionali ricamavano o infilavano perline creando oggetti meravigliosi. E poi un mercato piccolo e povero, scoperto per caso cercando un posto in cui fare colazione, dove le vecchiette stavano in piedi ai bordi del marciapiede cercando di vendere quel poco che avevano tra le mani o in un cestino: fazzoletti ricamati, funghi, frutti di bosco… Una di loro mi ha particolarmente colpito, perchè teneva in mano una scatola di cartone con dentro non più di dieci uova – quello era tutto ciò che vendeva – e mi è sembrata un’immagine del passato, proveniente dai racconti dei nonni sui tempi antichi, quando la gente partiva a piedi o in bicicletta per andare al mercato della città a vendere i prodotti della campagna… chissà, magari quella vecchietta aveva preso l’autobus…
All’ostello sono molto gentili, l’ambiente mi sembra allegro e amichevole, anche se trovo esagerati i commenti sul guestbook alla reception, dove qualcuno ha scritto di “aver trovato una nuova famiglia”, “essersi sentito a casa”, ecc… mi passa per la testa che tali commenti se li scrivano da soli quelli dell’ostello… Con grande gioia del mio senso della privacy, i bagni sono separati e dotati di chiave (una volta mi sarebbe sembrata una cosa ovvia, invece…), la camera è carina… Dei sei letti solo due sono occupati: sono ansiosa di sapere chi saranno le mie compagne di stanza e spero di riuscire a farci amicizia. È la prima volta che viaggio da sola e questo mi dà un grande senso di libertà, ma vorrei riuscire ad approfittarne per fare nuove conoscenze, insomma, non voglio certo stare quattro giorni senza parlare con nessuno! Mi chiedo chi avrà la meglio tra la mia timidezza e la mia parte più socievole e rimando la risposta alla fine del mio viaggio.
Passo il pomeriggio visitando la collina del Wawel e i suoi dintorni, fermandomi nelle chiese e nelle gioiellerie (ma quanto caspita mi piacciono quei gioielli di ambra?!!!). Ormai stanca, torno in ostello, dove mangiucchio qualcosa e cerco di organizzare i restanti giorni a Cracovia, consultando guide, mappe e siti internet. Più tardi faccio conoscenza con le mie compagne di stanza, due olandesi che mi ispirano subito simpatia. Converso un po’con una di loro, ci raccontiamo delle nostre vite e dei nostri viaggi e poi andiamo a dormire.
Martedì mi sveglio di buona ora e faccio colazione nella cucina dell’ostello. Cerco di fare amicizia con un gruppo di ragazzi che siedono al mio tavolo, offrendo loro la torta di mele che mi sono portata da casa. Quelli però la schifano e continuano a parlare tra loro, mandando a monte il mio tentativo di socializzazione. Un po’delusa torno in camera, ma le mie compagne di stanza mi riportano su il morale, invitandomi ad unirmi a loro per un caffè e nel loro giro all’altro lato del fiume e al ghetto ebraico. Mi avvertono di avere in programma una giornata “nonsense” e io decido che i miei programmi per una volta possono aspettare, rimandando al giorno seguente i propositi culturali. Ma da quando sono diventata così flessibile?!!! :-)
Mercoledì mattina decido di visitare il castello reale. La visita al museo è piuttosto interessante e riesco anche a scoprire qualche aneddoto in più, avvicinandomi a qualche gruppo guidato :) .
Nelle stanze del castello sono esposti un sacco di dipinti rinascimentali, e ad un certo punto si può ammirare pure un quadro del Botticelli… Con un po’di amarezza mi accorgo che le guide polacche non ne fanno neanche menzione, insomma, tralasciano come se niente fosse di informarne i visitatori. Il mio orgoglio nazionale ne è in qualche modo ferito.
Il pomeriggio mi sposto a Wieliczka, per visitare l’antica miniera di sale, per secoli fonte di ricchezza per il paese. Un po’di fatica per trovare l’autobus e un viaggio a dir poco rocambolesco. Aiuto una famiglia di turisti stranieri, parlando in slovacco con l’autista del pullman. La visita è sicuramente suggestiva per la bellezza delle sculture di sale (all’interno della cava c’è anche una vera e propria chiesa sotterranea), e culturalmente interessante nell’illustrare le dure condizioni di vita e di lavoro dei minatori. Riesco ad arrivare in tempo per unirmi ad un gruppo con guida in italiano. Come potevo immaginare, però, ciò comporta un drastico cedimento dell’orgoglio nazionale che si era innalzato a dismisura quel mattino, davanti al quadro del Botticelli. I miei connazionali all’estero mi mettono spesso in imbarazzo. Le due olandesi mi hanno detto che capita anche a loro e ciò un po’ mi consola. Come cantava Gaber: “Io non mi sento italiana, ma per fortuna o purtroppo lo sono”. Mi basta un secondo per riconoscerli. Spesso sono chiassosi e dai modi grossolani, spesso fanno battute idiote. Non tutti. Ma, per precauzione, di solito giro in incognito. Uscita dalla miniera, camminando verso la fermata dell’autobus, vedo un taxi-pulmino accostarsi e il suo autista farmi segno di salire… la cosa mi inquieta un po’, non ne capisco molto il senso, finché non vedo a bordo la famiglia che avevo aiutato nel viaggio di andata, che mi offre un passaggio fino a Cracovia sul loro taxi. Sono americani, di Providence…una vera provvidenza, considerando quanto ero stanca e quanta poca voglia avevo di risalire su uno di quegli autobus scassati…
La sera torno a rilassarmi nella cucina dell’ostello, dove conosco due piacevoli ragazzi, un francese e un italiano, parigino d’adozione (tra parentesi, se passi di qua lascia un commento!).
La mia breve vacanza è quasi giunta al termine. Passo l’ultimo giorno assaporando ancora un po’la magia della città e poi visitando l’ex-campo di concentramento di Auschwitz. Descriverlo a parole non renderebbe l’idea, commentare sarebbe banale…Non sono neanche riuscita a visitarlo tutto. Dopo un po’che stavo là dentro, ne avevo semplicemente abbastanza di quell’aria di morte e me ne sono andata. Tornando a prendere lo zaino in ostello, incontro nuovamente i due “parigini” con cui ceno in un ristorantino tanto romantico quanto buio, mangiando “pierogi” (delle specie di ravioli) con marmellata e formaggio, alla maniera polacca…e slovacca! (ricordo ancora la mia diffidenza, quando me li cucinò Darina per la prima volta a Natale…).
Mi dispiace un po’ lasciare Cracovia. Sono stati quattro giorni magnifici. Ed è stato l’ultimo viaggio dei miei “nove mesi in Slovacchia”. Nove mesi che hanno cambiato radicalmente il mio modo di viaggiare, spostarmi, conoscere nuovi luoghi e nuove persone. Cracovia me ne ha dato un’ulteriore prova.
Il brutto del blog è che quando si ha il tempo per scrivere di solito è perché non si ha niente di meglio da fare e di conseguenza poco di interessante da dire. Quando invece si avrebbero un sacco di cose da raccontare non si ha mai il tempo per farlo…
Ecco perché non sono ancora riuscita a scrivere quattro righe sul mio girovagare di queste ultime settimane ed ora non so da dove cominciare…
Il weekend a Budapest è stato breve ma intenso. Protagonisti: io, Silvia e la “Guide du Routard”, fedele compagna di viaggio, sempre ricca di consigli utili e indicazioni interessanti…con lei non ci sentivamo mai perdute, pure in una città grande e incasinata come Budapest. Anche se poi una quarta protagonista guastafeste, la Sfiga, ci seguiva imperterrita, disseminando il nostro cammino di vari imprevisti… Già appena arrivate all’ostello, la prima sopresa: la prenotazione che credevo di aver fatto su internet in realtà non era valida (ancora non sono riuscita a capire perché) e i posti erano esauriti… Ritorniamo in stazione, all’ufficio turistico, e una serie di personaggi dall’aria un po’stramba ci trovano in quattro e quattr’otto una nuova sistemazione, prenotano la stanza (credo che fossero in comunicazione telepatica con tutti gli ostelli della città, tutto questo è stato fatto in due secondi e senza l’uso di computer!) e ci caricano su un pulmino che ci porterà direttamente all’ostello. A parte gli scherzi, voglio fare i complimenti per l’efficienza di quell’ufficio. Se siete a Budapest e avete bisogno di un posto dove dormire, non esitate a chiedere il loro aiuto.
Il nostro nuovo ostello è un enorme collegio universitario ultra-moderno. Questa volta l’efficienza non è proprio il massimo, per fare il check-in aspettiamo una vita, comunque non possiamo lamentarci. Una seconda sorpresa però ci attende…
Dunque, pian piano sto accettando il fatto che il mio senso della privacy non sia universale e che “paese che vai, toilette che trovi”, però mi riesce davvero difficile fare la doccia tranquilla, se le docce sono “unisex”… insomma, se c’è una sola stanza con le docce per uomini e donne, e neanche una tendina che ti copra casomai un uomo entri al momento sbagliato! E avrei dovuto già saperlo (forse ricorderete anche voi che ho già avuto una brutta esperienza con le docce ungheresi…). Un ragazzo italiano, vedendoci un po’sconcertate dopo la scoperta dei bagni unici, ride di noi e ci assicura che possiamo farci la doccia tranquille, “Tanto adesso dentro c’è solo un mio amico…”. E beh, allora… tra compaesani poi…si è tutti in famiglia…
La visita della città è stata un po’ faticosa, a causa del poco tempo e delle lunghe distanze da percorrere. Budapest non è di quelle città che hanno il più delle cose importanti da vedere concentrato in un centro storico: bisogna camminare molto, oppure avventurarsi in una metropolitana-rompicapo, e non si sa mai quando e dove si arriva…
Inoltre credo di essere stata contagiata dagli slovacchi e mi accompagna una non ben motivata antipatia e diffidenza nei confronti dei magiari.
Detto questo, Budapest è davvero una città piena di vita e di luoghi incantati, per cui lascio parlare un po’ le immagini scattate durante il nostro vagabondaggio nella Parigi dell’est...



